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Intervista a Michele Fabiani dal carcere di Sulmona - a cura di anarchaos
www.anarchaos.it
Anarchaos - Innanzi tutto vorremmo che tu ci raccontassi la tua
situazione. Partendo da quando ti hanno arrestato, passando ai tre
lunghi mesi passati nel carcere di Perugia, fino al trasferimento e
alla fine dell'isolamento.
Michele - Diciamo che è abbastanza stancante riepilogare tutta la mia
situazione, anche perchè è una cosa che faccio continuamente: parlando
con gli altri carcerati, studiando con gli avvocati, scrivendo per
rispondere alle moltissime lettere che mi arrivano. Comunque è uno
sforzo che faccio molto volentieri, credo che faccia bene in primo
luogo proprio a me stesso.
Come sapete sono stato arrestato il 23 Ottobre nel corso di una
operazione dei ROS dell'arma dei Carabinieri. Una di quelle operazioni
spettacolari nelle quali i militari fanno sfilare i loro mezzi e
mostrano al popolo tutta la loro potenza; per arrestare 5 giovani
accusati di una scritta sui muri, un paio di danneggiamenti e l'invio
di una lettera minatoria sono stati impegnati 108 uomini armati fino
ai denti, alcuni nascosti da passamontagna e giubbotti antiproiettile,
con l'appoggio di ben 8 elicotteri, per dirla in soldoni, visto che
l'unica cosa che oggi fa notizia sono i soldi, sono stati sputtanati
solo il giorno dell'arresto ben 65 mila euro (alla faccia della destra
che in Italia chiede più investimenti per la "sicurezza"). io sono
accusato, oltre che dell'articolo 270 bis, legge che prevede l'arresto
di qualcuno per le sue idee in base al "pericolo presunto" di
eversione (scritto dal Ministro Rocco quando Mussolini era capo del
forno e il capo dello Stato portava la corona), anche di aver
incendiato un quadro elettrico di un cantiere di Colle San Tommaso e
di aver minacciato l'avvelenamento di un supermercato COOP a Spoleto,
nonché di aver mandato una busta con 2 proiettili alla presidente
della Regione Umbria Lorenzetti. Tutte azioni rivendicate da una
fantomatica COOP - FAI, che starebbe per "contro ogni ordine politico
. federazione anarchica informale". Inoltre sono accusato di alcune
azioni anonime come l'incendio del quadro elettrico di un palazzo in
costruzione conosciuto come "ecomostro dalla stampa locale" e del
danneggiamento di una ruspa che tagliava alberi per fare le scale
mobili panoramiche, infine di aver sporcato con vernice una villa in
costruzione a Colle Risana e di aver fatto delle scritte contro 2
carabinieri che come ricorderete mi pestarono nel marzo 2007.
In principio sono stato portato alla caserma dei Carabinieri di
Spoleto e da lì a quella di Perugia, infine da quest'ultima al carcere
le "Capanne" a Perugia.
L'esperienza dell'isolamento è stata terribile, per ben 2 mesi io non
ho mai visto nessuno eccetto i miei carcerieri, se non quando i miei
vicini di cella per pochi secondi al giorno uscendo e rientrando dal
passeggio venivano a bussare alla mia porta per esprimermi
solidarietà. Un isolamento finalizzato all'estorsione di una
confessione, quindi una vera e propria tortura. Il carattere
torturatorio di questa pratica può non apparire in un primo momento,
ma diventa evidente quando abbiamo scoperto, perché lo stesso PM ce lo
ha detto, che tutti i colloqui con i parenti venivano intercettati. E
in questa pratica di intercettazione l'isolamento è fondamentale; dopo
una settimana che passi 24 ore su 24 da solo senza parlare con nessuno
la sola ora di colloquio con i familiari diventa un fiume in piena di
parole e sfoghi, un bisogno spasmodico di parlare che invece sarebbe
attenuato se ti venisse concessa l'opportunità di passare anche solo
un'ora al giorno con un'altra persona. Infatti non è un caso che io ne
ho passato "solo" due di mesi in isolamento, mentre Andrea ne ha
passati tre, lui che ha la sola colpa di essere mio amico doveva
sentirsi ancora di più solo così' da crollare più facilmente. A me
invece dopo due mesi di isolamento, è stato concesso un compagno di
cella, anche se per il resto ero sempre in isolamento, ma in due. Dopo
un altro mese in questo stato sono stato trasferito a Sulmona dove
posso fare 4 ore al giorno di passeggio e sono sempre in compagnia di
altri prigionieri, mentre a Perugia l'aria era sempre di 50/60 minuti
al massimo in ambienti così stretti da non batterci mai il sole
(infatti dopo 3 mesi ero bianco cadaverico).
Tutto questo ha una sua logica di natura inquisitoria, che ricorda i
modelli investigativi del medioevo. Allora l'imputato veniva esposto
alla "via Crucis" della tortura e se era innocente dio lo avrebbe
protetto e avrebbe resistito, altrimenti avrebbe confermato la sua
colpevolezza. Se lo spogliamo delle sue raffinatezze il metodo usato
dal sodalizio ROS - Procura non cambia di molto: ti isolano e ti
provocano fino a farti impazzire e dopo, se nei tuoi deliri davanti
allo specchio o al colloquio con tua madre ti accusi, sei colpevole,
se invece fra le frasi sconnesse non riescono a capire nulla la "via
Crucis" ha dimostrato la tua innocenza.
Anarchaos - La vicenda del tuo arresto appare alquanto oscura. Al di
là del fatto che è normale che lo stato si aizzi contro i suoi
naturali nemici, gli anarchici, la montatura giudiziaria appare
davvero spropositata, in mancanza assoluta di fatti concreti, anche
solo costruiti "ad hoc" dai servi dello stato (al di là della busta
coi proiettili recapitati al presidente della regione Umbria, fatto
comunque di per sé non così grave da giustificare tutto questo). Come
mai credi abbiano deciso di arrestarti? Perché credi abbiano coinvolto
gli altri 4 ragazzi: alcuni non sono nemmeno anarchici… Credi di
essere vittima di una montatura giudiziaria utile al potere, quindi di
essere stato scelto più o meno a caso, in quanto anarchico convinto e
manifesto, oppure di essere stato arrestato in conseguenza delle tue
lotte, che sono andate a toccare dei nervi scoperti di un sistema
corrotto e fascista?
Michele - Sono d'accordo, si tratta di una montatura giudiziaria
sproporzionata, anche se tutte le accuse fossero vere comunque non
potrebbero in alcun modo giustificare lo "sbarco" a Spoleto di un
"esercito di occupazione! di una tal mole né il protrarsi della
carcerazione preventiva. Il fatto è che le accuse sono assolutamente
false! Proprio per questo la carcerazione preventiva va avanti, a
scopo confessionale. Prendiamo l'esempio più "grave", le due
pallottole alla Lorenzetti: unica prova dell'accusa è il fatto che il
15 Agosto Andrea mi disse per telefono "Ho un regalo per te" e che il
termine "soldi" in codice (?) significherebbe "pallottole". In realtà
la difesa ha scoperto che esistono due relazioni, una della polizia
scientifica e una dei ROS, le quali affermano la prima che il timbro
della busta è dell'8 e la seconda che il timbro è del 17. Stranamente
questa cosa non viene scritta nel mandato di lettera, ovvero quel
comunicato stampa ufficioso diffuso dalla procura da cui i giornalisti
hanno attinto informazioni per i loro articoli infamanti.
Ma il punto essenziale per me non è questo, io non ho mai sventolato
la bandiera dell'innocentismo e anche per questo lo stato mi punisce
tenendomi in carcere. Per quanto mi riguarda se domani venisse
scoperto il vero colpevole e io fossi scarcerato, dopodomani sarei di
nuovo sotto il carcere per manifestare la mia più totale e
incondizionata solidarietà. Il punto è che il regime ha bisogno di
queste operazioni spettacolari per propagandare l'efficienza delle sue
forze armate, con una destra che continua a chiedere più soldi per la
sicurezza, più carcere, più telecamere, più poliziotti e una sinistra
che si scatena contro i ROM e i lavavetri, che approva un pacchetto
securitario che per la prima volta dai tempi del fascismo prevede
l'espulsione coatta disposta da un prefetto (quindi senza possibilità
di difesa) non solo per lo straniero fastidioso, ma anche per i suoi
parenti.
Di fronte a questa criminalizzazione di tutto ciò che respira, di
fronte a questo terrorismo mediatico che ha fatto credere a tutti che
siamo circondati da criminali, quando invece i reati diminuiscono da
decenni (al contrario delle carceri che sono sempre più affollate!),
di fronte a tutto ciò non ci si può permettere che i mezzi repressivi
arrugginiscano in caserma. Pertanto si scatenano queste operazioni
spettacolari, vengono spese fortune per riempire le macchine e le case
di costosissime microspie, vengono impiegati elicotteri per arrestare
5 ragazzi accusati di fare parte di una associazione sovversiva il cui
reato più grave sarebbe minaccia a pubblico ufficiale.
Questa volta però l'operazione è fallita clamorosamente. Basti pensare
all'indignazione non solo dei compagni più impegnati, ma anche di
tanta gente comune.
Ancora una volta il paragone che mi viene in mente è con
l'inquisizione: nel medioevo se eri colpevole ti tagliavano la testa,
ma se non avevano abbastanza prove nell'incertezza ti tagliavano solo
una mano, o se le prove erano ancora meno evidenti ti tagliavano solo
un dito, tanto per fare un esempio. Questa punizione graduale in base
all'evidenza della colpevolezza è stata usata contro tutti noi, la
gradazione galera-isolamento-domiciliari si è svolta secondo il
"metodo della testa e della mano".
Perché questo accanimento? Cosa c'è sotto? E' una domanda a cui è
difficile rispondere, potrebbe andare dalle mie lotte contro la
tortura tecnologica fino alle più locali battaglie in difesa
dell'ambiente in Umbria. La sproporzione di questa carcerazione è
evidente se pensiamo che solo pochi mesi fa il sindaco di Terni,
insieme a una decina di presunti complici, si è visto recapitrare un
avviso di garanzia per "disastro ambientale" per le note vicende che
ruotano intorno all'inceneritore e che hanno fatto visitare d'urgenza
una trentina di lavoratori. Nessuno dei reati che ci vengono
contestati senza una sola prova prevede l'aggressione fisica,
materiale, di nessuno, mentre 30 lavoratori visitati e le migliaia di
ternani che si sono respirati la loro "monnezza" hanno subito
un'aggressione fisica, materiale appunto, alla loro salute. Eppure
queste carogne non si faranno neanche un giorno di galera e ancora
sono lì a gozzovigliare dall'alto del loro potere, mentre chi
manifesta per l'ambiente sta ancora in galera dopo quasi 6 mesi.
Anarchaos - Tu sei da anni molto attivo sul fronte della lotta contro
le torture tecnologiche in Italia. Ci vuoi spiegare perché è così
importante per te questa lotta e perché questa dà così tanto fastidio
al "potere", cosa è la tortura tecnologica e da chi viene praticata, e
quali sono i passaggi più importanti che questa lotta ha fatto nel
corso degli anni, da quando Paolo Dorigo ha iniziato a denunciare di
essere vittima di tortura tecnologica.
Michele - "Tortura tecnologica" è un termine non scientifico ma
politico, nel senso che è un termine che accomuna sotto di se tutte
quelle torture fatte con strumenti sofisticati che hanno la
particolare caratteristica di essere "incredibili" agli occhi della
stragrande maggioranza della gente. In generale possiamo dire che ci
sono due tipi di tortura tecnologica: quella fatta con mezzi di
violenza a distanza e gli esperimenti finalizzati al controllo della
mente umana.
Il primo caso dovrebbe essere noto a tutti, invece in Italia c'è
ancora chi stenta a crederci. E' paradossale la cosa dato che invece
in altri paesi armi come il taser e le altre "pistole" elettriche sono
un tema di grande attualità: pensiamo alla Francia dove questa estate
queste armi sono state legalizzate, o al Canada dove ci sono state
recentemente manifestazioni di massa contro queste tecnologie dopo
l'ennesimo morto ammazzato dalla polizia con un uso sproporzionato di
questi strumenti. In Italia invece nessuno ne parla. La cosa è strana
dato che una delle "vittime eccellenti" di queste nuove violenze è
l'ex economo della Camera Maurizio Bassetti che sostiene di subire
questi trattamenti da quando ha denunciato alcuni scandali di palazzo.
Il controllo mentale, l'altra "branca" della tortura tecnologica, può
apparire in un primo momento più irrealizzabile. Se si approfondisce
il tema si scopre invece che è stato proprio l'ex presidente degli USA
Bill Clinton ad ammettere che esperimenti del genere sono stati
condotti su centinaia di cavie americane.
In particolare in Italia ci sono decine si persone che hanno prodotto
lastre e TAC in cui ci sarebbero dei "corpi estranei" e in alcuni
casi, come quello di Paolo Dorigo, queste immagini somiglierebbero a
quelle di noti casi internazionali.
Questa lotta ha un'importanza politica enorme perché, qualora venisse
a galla, spaccherebbe la facciata civile e umana delle democrazie
occidentali, dimostrando la loro totale identità con i regimi più
crudeli della terra.
Anarchaos: Oramai sono più di 100 giorni che sei chiuso in una cella.
Vuoi provare a spiegare cosa significa stare rinchiuso, tra l'altro in
regime di carcere duro, per tutto questo tempo? Il carcere è un
sistema di controllo fisico e mentale, e di sperimentazione diretta di
nuovi sistemi di controllo (tra cui appunto quelli iper tecnologici di
cui abbiamo parlato sopra). Un mezzo per plasmare la mente e il corpo
delle persone. La società è tutta costruita come un carcere, di certo,
ma è dentro quelle mura che avviene il processo di avanzamento del
sistema di controllo. Hai affermato di avere il timore che il carcere
possa condizionare il tuo io nel futuro. E' ancora così?
Michele - Si, il timore espresso nella lettera del 26 Ottobre, credo
che vi riferiate a quella, dopo 7 mesi è ancora valido. Ma non per
ragioni di controllo e di violenze su di me, ma per una questione ben
più profonda. Io avevo ed ho paura che la mia capacità di analisi
possa essere modificata dal carcere, che diventi in qualche modo
"carcere-centrica" dimenticando altre questioni altrettanto importanti
come l'ambiente, lo sfruttamento, la guerra, che se uno vuole essere
davvero rivoluzionario non deve perdere d'occhio ghettizzandosi su uno
solo di questi temi tutti ugualmente essenziali. Cerco di spiegarmi
meglio: io non voglio che la mia lotta abbia un valore di mera
testimonianza, voglio costruire davvero un mondo senza frontiere,
senza carceri, senza sfruttamento, senza inquinamento, voglio davvero
vivere una vita in cui non devo più lottare, perché questi obbiettivi
sono stati raggiunti e posso godere con chi amo la libertà
conquistata. Per fare tutto questo, o almeno per sperarci, non bisogna
perdere il contatto con la realtà concreta.
Il mio quindi era un problema personale ed esistenziale, ma in qualche
modo anche "scientifico": non volevo perdere il contatto e la capacità
di analisi di un mondo che andava nella direzione opposta alla mia. Da
quando sto in galera ho conosciuto delle persone fantastiche, esiste
tra i prigionieri una solidarietà unica che fuori non incontri. Se te
ne vai in giro in una grande metropoli ti capita di incrociare decine
di migliaia di persone in pochi minuti, ma non ti chiedi mai chi sono,
dove vanno, se sono felici, se sono delusi, se sono innamorati, non ti
poni questi problemi perché la città e la società di massa ha seminato
una indifferenza spaventosa nelle nostre anime. Invece in galera,
anche nella condizione di isolamento che vivevo a Perugia, ogni
persona che incontri è un essere umano e tu percepisci immediatamente
la sua umanità, immediatamente tu ti interessi a lui e lui si
interessa a te e sinceramente vi preoccupate che l'altro risolva il
suo dramma. Ebbene mentre io vivevo questa esperienza che mi
avvicinava ai "mostri" della Tv e mi faceva scoprire la loro
intrinseca umanità, contemporaneamente milioni di persone facevano un
percorso esattamente opposto. Mi riferisco ad episodi come l'omicidio
Reggiani a Roma, che ha scatenato la caccia allo zingaro, le leggi
speciali, l'invocazione elettorale di "più galera per tutti", la
"certezza della pena", la "sicurezza", il controllo poliziesco e
militare del territorio, ecc.
Per me quindi è stata una sofferenza incredibile apprendere notizie di
questa deriva xenofoba e securitaria dalla Tv della mia cella, nella
consapevolezza che invece io con i "mostri" dei telegiornali ci vivevo
e che in fondo gli volevo anche bene, una consapevolezza che mi dava e
mi dà ancora il terrore di non essere più in grado, una volta uscito,
di propagandare gli ideali di libertà, di solidarietà, di amore
dell'anarchia. Non ero nei bar o al mercato di paese a sentire cosa
diceva questa massa impazzita che vuole più polizia e più carcere, non
ero al lavoro per sapere come era possibile che i miei colleghi
avessero dimenticato che la guerra non deve essere tra poveracci ma
contro i padroni, come avrei mai potuto e come potrò mai più essere in
grado di contrastare nella mia soggettività questa ondata di razzismo?
In questo caso non c'entra niente il controllo, il mio problema è di
natura antropologica, ovvero di capacità di essere umanamente in grado
di vivere e di capire la natura dello scontro contemporaneo.
Invece per rispondere alla domanda - dato che ho cambiato argomento,
ma ne valeva la pena - io penso che ormai il mondo intero si sta
trasformando sempre più in una gigantesca galera. Viviamo in una
"guantanamizzazione" della società, in un periodo storico dove la
repressione viene spacciata per sicurezza, dove il controllo viene
spacciato come garanzia; per lo meno così è per la vita metropolitana.
Per guantanamizzazione della società non si intende soltanto l'aver
costruito materialmente una gabbia fatta di telecamere, satelliti,
caserme, intercettazioni, ma si intende anche una guantanamizzazione
della cultura: culturalmente l'effetto Guantanamo è quel principio
autoritario per cui quando il nemico è fuori dal politicamente
corretto, fuori dalla compatibilità con la nostra società, allora ogni
suo diritto viene meno così come ogni scrupolo umanitario; il nemico
diventa terrorista, non ha diritto né a processi né ad avvocati, può
essere torturato, può essere imprigionato in via preliminare e
finanche in via preventiva, perché esiste il suo presunto pericolo di
aggressività futura.
In questo contesto, quindi, cambia anche la definizione di carcere; il
carcere non è più il luogo dove si è prigionieri. O meglio, è vero che
nel carcere si è prigionieri, ma non basta, è una definizione troppo
vaga dato che prigionieri lo siamo tutti e tutti i giorni in questo
mondo, L'essenza del carcere non è la prigionia, che ormai è diventata
l'essenza di tutta la società moderna, ma l'isolamento. Oggi essere
rinchiusi vuol dire essere soli, essere privati delle persone che ami,
essere privati dell'amore delle persone che ami, essere privati della
possibilità di protestare, di fare assemblee o cortei, fino a essere
privati di qualsiasi contatto con qualsiasi altro essere umano in
quello che è l'isolamento vero e proprio.
La cosa più piacevole per me è stato ricevere lettere, un gesto
concreto in grado di rompere l'isolamento.
Anarchaos - Sappiamo che hai intrapreso per 1 giorno lo sciopero della
fame in solidarietà con gli ergastolani in lotta. Ci puoi raccontare
qualcosa a riguardo, e le tue impressioni dal carcere? Ci sono stati
altri carcerati che hanno portato avanti questa lotta nel carcere dove
eri e sei ora, che tu sappia?
Michele - Solitamente io nutro qualche dubbio su queste forme di
protesta. Diciamo che lo sciopero della fame in sé e per sé conduce a
un paradosso logico: se il dominio è brutale come sostieni ti lascia
crepare fregandosene, se invece lo Stato si preoccupa e viene in tuo
soccorso la tua tesi sulla loro spietatezza viene smentita; in ogni
caso si tratterebbe di una sconfitta.
Per fortuna però spesso la realtà è meravigliosamente illogica e non
basta un giudizio astratto come quello di sopra per descrivere una
protesta straordinaria come quella nata il primo dicembre 2007. Prima
di tutto perché non deve essere necessariamente lo Stato a
preoccuparsi, ma magari è la gente che sta fuori che si mobilita
spinta da questa protesta, e ciò rappresenta appunto una confutazione
dell'alternativa logica di cui parlavo sopra. E soprattutto perché si
può ridurre ad un mero ragionamento astratto la sofferenza di tanta
gente.
L'ergastolo è una cosa terribile, una vera e propria pena di morte
differita e rende evidente che le chiacchiere pseudo garantiste sulla
galera come luogo di rieducazione sono solo delle menzogne. Cosa
potrai mai "recuperare" quando sai che passerai in carcere ogni giorno
della tua vita?
Non posso neanche immaginare che cosa si provi, per me ogni mese che
passa ci sono istanze o appelli per tornare a casa, incontro i miei
familiari e la mia ragazza ai colloqui, ma so che prima o poi uscirò.
Ma chi sa di non uscire più come può affidare il proprio affetto e il
proprio amore a sei ore di visite al mese?
Marx definiva i "proletari" come "coloro che non hanno nulla da
perdere tranne le loro catene". Sembra riferita proprio a loro, agli
ergastolani…
Nel carcere dove stavo prima non aveva aderito nessuno, invece a
Sulmona so che qualcuno ha partecipato. Essendo stato da solo ho fatto
un po' a modo mio, ho fatto 24 ore e le ho fatte domenica 2 dicembre,
così da "fregare" i controlli sanitari e creare un minimo di
scompiglio nelle apatiche domeniche carcerarie.
Anarchaos - Nel corso degli anni tu hai sempre sostenuto apertamente
posizioni piuttosto radicali, senza nascondere la tua simpatia verso i
movimenti rivoluzionari, ed esprimendo in tutto e per tutto le tue
idee. Credi sia stato un errore tattico, quello di non autocensurarsi
in pubblico, per non esporsi alla repressione dello Stato? Quale è per
te l'importanza di aver fatto questa scelta?
Michele - La domanda è molto precisa e richiede una risposta
altrettanto precisa, che forse non saprei dare.
Se molto più semplicemente mi fosse stato chiesto se è stato un errore
esporsi così tanto in pubblico, io avrei risposto "indignato" che no,
non è stato affatto un errore, ma anzi sono orgoglioso delle mie
scelte. Ma qui mi si chiede molto di più: nella vostra domanda non si
usa semplicemente il termine "errore", ma l'espressione "errore
tattico". C'è una bella differenza. Innanzi tutto dobbiamo metterci
d'accordo su che cosa significa la parola "tattica" e soprattutto
dobbiamo capire quali sono i nostri obiettivi prima ancora di dire se
le strategie e le tattiche che usiamo per raggiungerli sono o non sono
adeguate.
Per questo rispondere a questa domanda diventa problematico, dato che
bisognerebbe argomentare una serie di premesse che comunque non
porterebbero ad una soluzione definitiva del problema, ma a risposte
relative ai vari punti di vista. Se il mio obbiettivo è il mio
benessere, la mia realizzazione personale, l'appagamento dei miei
bisogni, la mia libertà egoistica (in senso positivo, alla Max
Stirner) - e in parte lo è - allora è stato un errore tattico esporsi
così tanto perché di fatto l'arresto, l'isolamento mi fanno soffrire,
impediscono la mia realizzazione, non mi permettono di appagare i miei
bisogni ma anzi mi creano nuovi problemi. Se, però, il mio obbiettivo
è inquadrabile in una strategia di liberazione personale ma anche
collettiva dei miei fratelli, di difesa della natura e dell'ecosistema
che ci permette di vivere (e quindi è indispensabile anche per il mio
appagamento egoistico), di risposta ad una società spersonalizzante -
e in parte lo è - allora è stato tatticamente giusto avere il coraggio
di assumermi le mie responsabilità, difendere la mia individualità dal
grigio anonimato di questo sistema firmando i miei articoli,
costringere lo stato a fermare le mie idee, così inoffensive ma anche
pericolose per loro, con ogni mezzo facendo emergere il suo volto più
brutale e tutte le sue contraddizioni.
La tattica è per definizione una cosa relativa, dipende dove vogliamo
andare. Molto più importante della tattica invece è il mio sentimento
di libertà e ribellione e il mio orgoglio per le scelte che ho fatto.
Anarchaos - La solidarietà è un'arma. Quanto è importante per un
compagno in carcere la solidarietà che viene da fuori? Quali credi
siano i modi migliori per aiutare chi sta in carcere in una situazione
difficile come la tua? Credi che il "movimento" si sia mosso e si stia
muovendo bene per ottenere la vostra liberazione e per dare risalto a
tutta la vicenda?
Michele - Io un giudizio sul movimento di solidarietà non lo voglio
dare per non violare la sua autonomia e il suo radicamento sul
territorio. La mia idea è che il movimento di solidarietà non deve
solo essere l'espressione delle mie idee, ma neanche delle idee delle
altre vittime di questa crudele repressione. Al contrario deve essere
espressione delle idee di chi ne fa parte, di chi si riunisce nelle
assemblee e partecipa alle manifestazioni. E' vero che c'è un comune
denominatore tra tutte queste individualità ovvero la volontà di
lottare per la libertà del compagno, dell'amico, del famigliare
imprigionato, ma non per questo il prigioniero deve rappresentare una
figura autoritaria sul movimento.
Non si capisce perché se è giusto che tra gli anarchici ci si riunisca
in maniera orizzontale e libertaria quando ci si mobilita per le lotte
sul posto di lavoro, in difesa dell'ambiente, contro la guerra, non
dovrebbe avere lo stesso spirito anti-autoritario anche quando si
solidarizza con le vittime della repressione, ma in questo caso il
prigioniero viene mitizzato.
Io non voglio che questo accada. Sono felice che ci siano dei soggetti
che si riuniscono per protestare contro la mia detenzione e qualsiasi
azione questi portino avanti, dalla più moderata alla più radicale, è
benvenuta.
Facciamo un esempio per capici. Io non avrei mai fatto una fiaccolata
né mi sarei affidato a politici e parlamentari, ma se un insieme di
individui che va - faccio degli esempi a caso - dal contadino che mi
ha conosciuto perché lottavo contro un'opera che rovinava anche il suo
campo, al tifoso di pallacanestro che stima Dario come giocatore della
squadra locale, al frequentatore del bar dove lavorava Andrea, decide
di riunirsi e in quell'incontro, anche cercando una sintesi tra
posizioni diverse, sceglie quella forma di lotta io la rispetto e li
ringrazio. Anzi dico di più, sono contento che il nostro arresto
almeno abbia portato a una protesta così trasversale e così
partecipata da "costringere" i compagni a iniziative diverse da quelle
solite.
Quali sono i modi migliori per aiutare un prigioniero? Io ovviamente
rispondo a nome mio: le tante lettere e una persona speciale che mi
ama e che mi aspetta
Anarchaos - Hai per anni contribuito alla gestione di un sito internet
anarchico. Che importanza ha per te questo? Credi che la diffusione
via internet delle tue idee abbia contribuito a farti arrestare?
Internet difatti è il "luogo" forse più controllato e meglio
controllato esistente, ma anche un ottimo mezzo di propaganda degli
ideali anarchici.
Michele - Sinceramente io non ho una particolare preferenza per
internet rispetto ad altri strumenti per veicolare le nostre idee, non
credo che esistano degli strumenti privilegiati rispetto ad altri e
non mi sono mai piaciute le teorie "sempliciotte" in cui si elegge la
novità del momento a nucleo fondamentale di un sistema geniale che
dura solo pochi mesi, come facevano i primo no global della fine degli
anni '90 o come fa il movimento di Beppe Grillo più recentemente,
ovvero fare quelle affermazioni banali su "internet come sale del
movimento" o la "rete come un grande strumento democratico".
Io non la penso affatto così, io credo che gli strumenti vanno usati,
gettati, ripresi, revisionati in base alle esigenze concrete del
momento.
Mi sono ritrovato a scrivere su internet, e non piuttosto in un
giornale per ragioni casuali e contingenti. Per esempio per aprire un
giornale ci sono in Italia delle leggi che definire liberticide è
poco: ci vuole qualcuno che si assume la responsabilità di iscriversi
in tribunale in qualità di "direttore responsabile", per farlo deve
essere iscritto all'ordine dei giornalisti, per essere iscritti
all'ordine dei giornalisti si deve aver pubblicato un certo numero di
articoli su giornali a loro volta iscritti in tribunale, ovvero ci
deve essere un direttore che già fa parte di questa casta che decide
di pubblicare i tuoi scritti e di farlo con il tuo nome e non con le
sole iniziali come accade sempre, insomma per un ragazzo di 20 anni
aprire una rivista e iscriversi è semplicemente impossibile, almeno
che non si scelga la via della stampa clandestina.
Questo è solo uno degli esempi concreti che si possono fare per
spiegare perché io ho scelto internet. Personalmente non sono né un
amante né un esperto di informatica, ho trovato un sito,
www.anarchaos.it, dove vengono portate avanti analisi profonde e dove
ci scrivono, secondo me, le migliori menti dell'anarchismo
contemporaneo, in gran parte giovani sotto i 30 anni.
Per quanto riguarda l'aspetto del controllo, bisogna tener presente
che quando si scrive in internet si corrono certi rischi e bisogna
sempre essere consapevoli di ciò che si fa e di ciò che si rischia.
Anche per questo non credo che internet sia il luogo meraviglioso di
liberazione che gli altri descrivono. Ma piuttosto uno strumento a
disposizione dell'individuo in carne ed ossa che sta dietro allo
schermo e che deve saper capire quando è venuto il momento di usarne
altri più utili.
Anarchaos - Negli anni hai prodotto numerosi scritti di teoria
anarchica. Come vedi il movimento anarchico dei giorni nostri? Credi
ci siano validi pensatori dell'anarchismo? Nel 2008 l'anarchia ha
ancora bisogno di teorici, o serve soprattutto una pratica anarchica
che possa opporsi all'esistente?
Michele - L'ipotesi anarchica è la sola delle ipotesi di alternativa
al sistema socio-politico dominante a non essere uscita sconfitta nel
corso del secolo appena passato. Questo non può essere preso come un
merito o un successo, dato che nasce anche dal fatto che è stata
un'ipotesi meno sperimentata delle altre, ma è certamente un punto di
partenza.
Il movimento anarchico dei nostri giorni è, a mio avviso, l'unico
movimento rivoluzionario ad avere "qualcosa da dire" riguardo ai
problemi a noi contemporanei. Prendiamo il marxismo, che per un secolo
e mezzo ha parlato di superiorità della classe operaia e del
proletariato industriale, oggi si trova in difficoltà, una difficoltà
che è costitutiva di questa ideologia ed è difficilmente risolvibile.
Una difficoltà analoga emerge osservando la divisione, nei paesi
sviluppati, tra "lavoratori utili" e "lavoratori inutili". Ad esempio
i call center producono ricchezza finanziaria, liquida, per il
padrone, ma non producono beni materiali. Nelle ideologie
rivoluzionarie del passato si pensava all'operaio che per liberarsi
dal padrone occupava la fabbrica, la faceva propria, sopravviveva con
una produzione autogestita. Pensiamo allo stesso modello per i precari
iper-sfruttati di un call center che pubblicizza televisioni al
telefono: ve lo immaginate un call center occupato che manda avanti la
produzione in modo autogestito? La produzione di cosa? Quali
possibilità ho di sopravvivere? Faccio queste riflessioni non in
maniera aristocratica, ma da persona che ci ha lavorato per un anno in
un call center.
Di fronte a questi problemi i rivoluzionari sono diventati dei
riformisti, le loro richieste non erano più finalizzate alla
redenzione dell'individuo che sta dietro al telefono come prima era
l'individuo che stava alla pressa, né tanto meno la conquista
collettiva dei mezzi di produzione, ma si limitano a questioni come la
stabilizzazione dei contratti o l'aumento del salario. E non può che
essere così, è concettualmente inimmaginabile un'organizzazione
sociale diversa all'interno della stessa società post-moderna.
Il problema è quindi quello di voltare radicalmente pagina, di
superare la modernità e di passare ad un'altra era. E qui rispondo
alla seconda parte della domanda, quella in cui mi si chiede se nel
2008 l'anarchia ha più bisogno di teoria o di pratica. L'era moderna
si è caratterizzata come l'era del dualismo, come l'era della
dialettica, come l'era in cui il pensiero si polarizza in due tesi
contrapposte, dove c'è la tesi e l'antitesi, la modernità o il
passato, la teoria o la prassi. Bisogna superare questo modello
concettuale: bisogna criticare la modernità non per tornare al passato
ma per costruire una nuova era, bisogna dire che la teoria e la
pratica sono la stessa cosa, che non esistono differenze e trovano la
loro unità nel momento dell'azione diretta.
Il movimento anarchico può riuscire in questa impresa perché è molto
malleabile, riesce ad adeguarsi alla realtà concreta e non si
"affeziona" di solito a metodi e principi del passato. Il pensiero
anarchico (per fortuna) non ha mai costruito un rigido sistema logico,
con principi primi, teoremi, assiomi, leggi, ma si è limitato ad
osservare la realtà ed ipotizzare le evoluzioni che di volta in volta
apparivano più adeguate alla sua evoluzione in senso libertario.
Il grande limite dei sistemi assiomatici è che non sono modificabili
con il divenire del mondo, una volta che si pongono dei principi e poi
se ne traggono deduttivamente le conseguenze non c'è spazio per
nient'altro, non appena la realtà si evolve tutto il sistema cade a
pezzi, perché logicamente partendo da determinati principi si può
giungere necessariamente a determinare conseguenze, quando il mondo
cambia vanno cambiati anche i principi .
Per gli anarchici è stato completamente inutile uno studio dettagliato
dell'economia come quello che ha fatto Marx non finalizzandolo a
modificare le cose, ma a fissare delle leggi che poi solo pochi
decenni dopo sono state smentite da nuovi principi economici (basti
pensare al concetto di welfare dove lo sfruttato non deve essere
spolpato fino al midollo ma deve avere il tempo e i soldi per essere
anche lui un consumatore…). Nel movimento anarchico non vi sono né
santi mastri né teorici di riferimento, ci sono stati piuttosto dei
compagni che in periodi diversi hanno detto la loro su come
rivoluzionare questo mondo: da Bakunin a Malatesta, da Bonanno a
Zerzan.
Anarchaos - Quali credi siano le priorità del movimento anarchico?
Credi che la lotta contro il carcere e la controinformazione su esso
siano una di queste (anche dal punto di vista tattico)? E' cambiata la
tua idea a riguardo dal momento dell'arresto?
Michele - Sicuramente l'obiettivo di distruggere le galere e costruire
un mondo dove la fratellanza e la solidarietà prendano il posto della
diffidenza e della repressione è uno degli aspetti essenziali
dell'ipotesi anarchica. Si le mie idee si sono modificate non nel
senso che si sono "moderate", ma nel senso che si sono "ampliate".
Come ho già detto prima, sono sempre stato contrario a concentrare
l'attenzione del rivoluzionario su un singolo aspetto, ma penso che
lottare contro il carcere, contro le frontiere, per l'ambiente, contro
la guerra siano temi di uguale importanza.
Paradossalmente proprio in carcere questa convinzione si è rafforzata.
Vi racconto un episodio: ero a Perugia in totale isolamento ed ho
incrociato per pochi secondi un prigioniero che stava per venire
scarcerato ma che era incredibilmente triste. Mi ha raccontato gli
ultimi mesi della sua vita: era stato arrestato perché, con alcuni
suoi compagni senza tetto, erano entrati in una casa a passare la
notte ed a cercare del cibo; gli altri erano ai domiciliari da qualche
settimana, mentre lui era rimasto in galera dato che non era stato
trovato nessun domicilio. Questa persona preferiva il carcere alla
strada! E' stata un'esperienza sconvolgente per un anarchico come me
che ha sempre creduto nella possibilità di un mondo senza galere. Lì
ho capito che da quel momento in poi lo scopo della mia vita non
doveva essere più "solo" quello di distruggere le galere, ma "anche e
soprattutto" quello di creare un mondo in cui nessuno sta così male da
preferire il carcere alla libertà.
Scusate la digressione, ho il vizio di cambiare spesso argomento, ma
questo è uno dei temi che intendo affrontare con più precisione, dato
che parlare delle priorità del movimento anarchico significa
completare la risposta che nella domanda precedente avevo lasciato in
forma astratta.
Parliamo di cose concrete. La proposta che avevo cominciato ad
abbozzare poco prima del mio arresto era: "distruggere le città". Un
progetto teorico che deriva in parte dall'anarchismo verde e
dall'anarco-primitivismo, ma che è essenzialmente diverso da questo
perché non propone di "tornare indietro", cioè di accettare il
dualismo manicheo o modernità o passato. Ma di "andare avanti", di
superare l'era moderna ipotizzando un modello diverso, ancora mai
sperimentato sul nostro pianeta.
Le città sono l'essenza del nostro modello sociale, anzi di più, esse
sono l'identità del nostro modello sociale, la città è di per sè un
modello di organizzazione. Basti pensare che nella nostra era il
suddito viene chiamato "cittadino"; può vivere a Londra come in un
paesino delle Alpi, ma per avere il diritto alle cure sanitarie, il
diritto di voto, il diritto ad un processo cosiddetto "equo", il
diritto alla proprietà privata devi essere un cittadino. Se non sei un
cittadino allora sei un clandestino, puoi essere imprigionato senza
aver fatto nulla ed essere espulso. Opporsi a questa società non vuol
dire elemosinare il diritto alla cittadinanza, ma rifiutarlo.
Prendiamo una metropoli europea non troppo grande come Milano: a
Milano vivono milioni di persone che mangiano pane, pasta, vino,
zafferano, latte, ma nessuno di loro coltiva i campi di grano,
possiede vigne, munge le vacche, ecc. Significa che questi prodotti
devono arrivare da fuori, che c'è chi lavora per produrli, che ci sono
camion che inquinando li portano nei supermercati milanesi e ci sono
delle persone che lavorano ed usano l'unità di misura denaro
accumulata lavorando per comprarli. In generale solo una microscopica
parte della popolazione produce beni di prima necessità, se tutti
facessero questo tipo di lavori si produrrebbe molto meno avendo più
tempo per l'amore, l'arte, la filosofia, la politica, l'ozio. E' vero
che in passato tutti erano contadini eppure si viveva peggio di ora,
però è anche vero che oggi vi sono delle tecnologie che permettono al
lavoro di poche migliaia di persone di sfamarne milioni. Inoltre va
considerato il fatto che la società agraria del futuro non sarà
feudale come quella del passato, ma socialista. Pensiamo quale
vantaggio centinaia di milioni di persone del sud del mondo che non
hanno di che mangiare riceverebbero imponendo, a qualche decina di
milioni di europei che lavorano in ufficio, ad andare a produrre beni
alimentari! Per non parlare del guadagno che riceverebbe l'ambiente in
una società organizzata in modo che ognuno sia esattamente collocato
nel luogo dove vengono prodotti i beni che gli permettono di vivere.
Questa cosa nel mondo povero è ancora più evidente. Possiamo dire che
il processo di urbanizzazione delle megalopoli è stata la più grande
catastrofe che le popolazioni asiatiche e latino-americane hanno
dovuto subire, superabile solo dai danni dell'effetto serra se non si
risolve al più presto il problema ambientale. Le multinazionali hanno
prodotto una concorrenza sleale che ha messo sul lastrico milioni di
contadini poveri, miliardi di persone che si sono riversate nelle
città spinti dalla richiesta di lavoro industriale (non ci sono mai
stati tanti operai sulla faccia della Terra, alla faccia di chi dice
che l'era industriale è finita, ma anche alla faccia di chi dice che
la classe operaia è la classe "eletta"), ma che spesso sono
precipitati nella miseria delle baraccopoli di periferia. Nel
frattempo le agricolture intensive delle multinazionali hanno
consumato la terra, le monocolture l'hanno impoverita, i
bio-carburanti hanno tolto cibo alle popolazioni e miliardi di
asiatici che stanno cominciando a vivere all'occidentale stanno avendo
un effetto catastrofico sul clima e sulle risorse del pianeta. E'
evidente che la colpa di tutto questo è del modello
metropolitano-industriale, è evidente che l'unica soluzione è
distruggere le città. Ciò risponderebbe a molti degli interrogativi
del movimento anarchico, compreso il carcere. La possibilità di un
mondo senza galere è realizzabile solo nelle micro comunità, non a
caso urbanizzazione e guantanamizzazione stanno andando di pari passo:
dove ci sono le città ci sono anche telecamere, caserme e galere.
Anarchaos - In uno dei tuoi ultimi scritti prospetti un approccio
sperimentale all'anarchismo, un approccio sperimentale alla
rivoluzione. D'altra parte ritieni anche che uno degli elementi
fondamentali per un rivoluzionario siano i sentimenti e l'etica. Non
credi che le due cose siano in conflitto? Un approccio sperimentale
appare essere oggettivo e scientifico, credi sia un approccio corretto
per un rivoluzionario? (Bakunin diceva che la rivoluzione è per ¾
fantasia…)
Michele - Non è affatto vero che l'approccio sperimentale
dell'anarchia è un approccio oggettivista. Galileo, che non poteva
essere anarchico ma del metodo sperimentale è il fondatore, affermava
che non bisogna cercare l'essenza delle cose ma studiare le loro
accezioni, per tornare al presente Cellucci parla del metodo analitico
come un metodo incerto, dove non conta la verità delle ipotesi ma la
loro plausibilità. Cosa c'entra questo non l'oggettivismo? Niente. Se
io affermo che tutti gli A sono B e tutti i B sono C, allora il
risultato che tutti gli A sono C è oggettivo, deduttivo, necessario,
non può che essere così, la rigorosità della deduzione ti impone
questa conclusione. Ma se io affermo di avere un problema X e ipotizzo
la soluzione A la soluzione B e la soluzione C,c'è poco di oggettivo,
è la sperimentazione con la realtà che ci indica l'ipotesi più
plausibile, e in ogni caso non si tratta di una soluzione universale,
ma di qualcosa che vale "fino a prova contraria", fino a che non si è
modificata la realtà o fino a che non veniamo a conoscenza di nuovi
dati.
facciamo degli esempio politici anziché logici: gli assiomatici in
politica possono essere considerati coloro i quali pongono dei
problemi primi (dio, il mercato, la crescita, la lotta di classe, ecc)
e da questi pretendono che la realtà si comporti così come prevede il
loro oggettivo sistema logico. Con tutti questo l'anarchismo
sperimentale non c'entra proprio un bel niente. In generale il metodo
ipotetico-sperimentale, che sia applicato nella scienza come nella
politica, non conosce verità universali ma solo ipotesi plausibili.
Prendiamo ancora una volta l'esempio dell'ambiente, così importante ai
nostri giorni. Esistono varie ipotesi pr risolvere questo problema:
c'è l'ipotesi del capitalismo "dal volto umano" di Al Gore, c'è
l'ipotesi non-violenta della decrescita felice, c'è l'ipotesi
primitivista di Zerzan, c'è l'ipotesi anti-industriale di Kaczynski,
c'è la nostra ipotesi di distruggere le città.
Da un punto di vista logico queste ipotesi sono egualmente plausibili,
quindi non si può dire in maniera oggettiva quale ha ragione e quale
ha torto. Per questo contano anche i sentimenti e l'etica. L'ipotesi
di Al Gore può anche salvare il pianeta dalla distruzione, ma pr me
rimane inaccettabile perché comunque vivremmo in un mondo in cui lo
sfruttamento e la miseria non vengono estirpati. Altro esempio, anche
l'ipotesi primitivista può salvare il pianeta, ciò non toglie che io
egoisticamente dormo meglio nel mio letto che in una caverna!
Sentimenti e metodo ipotetico non sono in conflitto, facciamola finita
con questa cultura moderna che obbliga al dualismo tra scienza e
sentimenti! Io sinceramente non vedo molte differenze tra il faust di
Goethe che vende l'anima al diavolo in cambio del sogno irrealizzabile
di una conoscenza assoluta e i teoremi matematici di Goedel che
dimostrano l'impossibilità logica di un sistema perfettamente
assiomatico.
Prendiamo da un altro punto di vista. Gli animali seguono l'istinto
eppure si evolvono e riescono a risolvere il problema della
sopravvivenza. Si può anche dire che questo processo abbia una sua
logica, ma non è certamente una logica proposizionale come quella
umana. In altre parole la mente felina non pronuncia la frasetta "se
mi faccio crescere gli artigli sopravvivo meglio", eppure riesce a
risolvere così il problema della sopravvivenza con l'istinto, perché
non dovrebbe farlo anche l'umanità che per la prima volta dai tempi
dell'ultima glaciazione la sua sopravvivenza è messa a rischio da
guerre e inquinamento?
Tra l'altro è dimostrato anche scientificamente che nella formulazione
delle ipotesi pr risolvere un determinato problema intervengono anche
fattori come i sentimenti, l'istinto e la fantasia. Per questo non è
fuori luogo la frase di Bakunin che "la rivoluzione è per tre quarti
fantasia e per un quarto realtà". Ma una frase secondo me perfetta per
descrivere l'elemento ampliativo della scienza, ch si contrappone a
chi vede la scienza come sistema chiuso è la seguente "è solo
ricercando l'impossibile che l'uomo a sempre realizzato il possibile.
Coloro che si sono saggiamente limitati a ciò che appariva loro come
possibile, non hanno mai avanzato di un solo passo".
Anarchaos - Sempre a riguardo dell'anarchismo sperimentale: se
l'esperienza ci portasse a credere che una società anarchica, o
comunque molto lontana da questa, sia impossibile, cambieresti idea
sull'anarchismo? Non credi che essere anarchico faccia parte più di
una scelta che di un risultato di un'analisi razionale della realtà?
Non credi che l'oggettivismo e lo scientismo sia uno dei grossi
problemi del mondo moderno, nonché sua conseguenza diretta? In che
modo la tua idea di anarchismo sperimentale differisce dallo
scientismo oggi diffuso e imperante?
Michele - In parte ho già risposto nella domanda precedente: noi non
affermiamo che l'essere anarchico sia il risultato di un'analisi
razionale della realtà, pensare questo significa non aver affatto
capito l'anarchismo sperimentale. Al contrario io credo che l'essere
anarchico sia una scelta: di fronte ai problemi politici, economici,
ambientali del nostro tempo l'anarchia è un'ipotesi alternativa a
questo schifo e l'anarchismo è chi sceglie questa ipotesi.
Sono inoltre d'accordo che lo scientismo e l'oggettivismo siano i
dogmi della nostra era e che vadano combattuti con forza. Episodi come
la svolta reazionaria del Vaticano ci devono far riflettere: essi
nascono dal senso di insoddisfazione e paura per gli aspetti più
mostruosi della modernità. Il punto è che papa e cardinali propongono
una soluzione peggiore del problema: tornare indietro, criticare
l'illuminismo, osannare il medioevo. Eppure spesso la critica
anti-clericale si è limitato a questo aspetto esteriore e non ha
individuato il vero nocciolo della questione. Se la chiesa sta facendo
una svolta oscurantista è perché la modernità ha fallito, per evitare
di tornare davvero al medioevo non basta strillare che la chiesa
sbaglia, ma proporre noi qualcosa di diverso a questo esistente
scientista e oggettivista.
Hawking che viene definito dalla stampa "il più grande scienziato del
mondo" (come se questa possa mai essere una definizione giornalistica)
e se ne va in giro a dire che tra poco avremo una visione così nitida
dell'universo che potremo prevedere ogni singolo evento, per me è un
pazzo scatenato alla pari di Heidegger che se ne andava in giro a dire
che il più grande problema del mondo era il "problema dell'essere" e
che per risolvere questo inutilissimo problema ci voglia un ente
privilegiato come l'essere umano una rigida gerarchia di concetti
ontologici, o alla pari di un altro pazzo che predica contro il
relativismo e i preservativi.
Tutti e tre - lo scienziato, l'esistenzialista e il dogmatico - sono
figure emblematiche di questa era decadente e sono tutti egualmente
esponenti di un metodo di ragionamento, quello assiomatico, per cui
esiste o va cercato un principio primo da cui dedurre tutta la realtà.
Tornando all'oggetto della domanda, lo scientismo che sta distruggendo
il mondo, io crdo che il modo migliore per combatterlo sia mostrare
quanto poco scientifico è questo cosiddetto scientismo. Non c'è
proprio nulla di scientifico nel fissare degli assiomi e nel dedurne
le conseguenze da un punto di vista strettamente teorico perché gli
assiomi per essere fondati hanno bisogno di qualcosa di irrazionale
come l'intuizione, da un punto di vista pratico perché un sistema
chiuso come quello assiomatico è inefficace per descrivere la realtà.
Ad esempio Aristotele, il filosofo assiomatico per definizione, era
convinto che il mondo era stato ormai quasi del tutto coperto e la
conoscenza non aveva bisogno di nuove idee, ma di una giustificazione
e sistematizzazione delle conoscenze già acquisite. Questo la dice
lunga sulla pazzia di chi in un mondo a rapida evoluzione come quello
contemporaneo pretende di dettare una formula in grado di descriverlo
una volta per sempre.
Ora proviamo a rispondere alla prima domanda, ovvero. "se l'esperienza
ci portasse a credere che una società anarchica sia impossibile,
cambieresti idea sull'anarchismo?". Cominciamo col dire che la domanda
è mal posta. Infatti a fare i "precisini" la risposta corretta è che
l'esperienza non potrà mai dirci che l'anarchia sarà sempre
impossibile, dato che se a qualcuno è venuta in mente questa ipotesi
significa che essa ha un senso. Facciamo un esempio banale: un romano
si pone il problema di come arrivare ad Atene prima possibile e
ipotizza di arrivarci in volo; ora, questa ipotesi nell'antichità
sarebbe sembrata assurda mentre ora ci apparirebbe normalissima. Se è
giusto che le ipotesi non sono mai vere in eterno, ma possono sempre
essere modificate, allo stesso modo è anche vero che le ipotesi oggi
non plausibili un giorno potrebbero diventarlo.
Ma non credo che sia questa risposta così retorica e precisina quella
che cercavate. Per questo dico che la domanda è mal posta. Mi permetto
di dire che secondo me la domanda corretta era un'altra, ovvero: "se
l'esperienza ci fornisse un'ipotesi che appare migliore di quella
anarchica, tu cambieresti idea sull'anarchismo?".
In questo caso la risposta è: certamente si. per me l'anarchia non è
una religione e anche le nostre più belle utopie devono essere pronte
a modificarsi se questo è più utile al nostro benessere. Ciò che
spinge un individuo a ribellarsi è il proprio malessere, la propria
oppressione, come direbbe Stirner ogni soluzione che appaga il mio
egoismo è ben accetta. Per me l'unico movimento rivoluzionario è
l'anarchismo, ma questo deve rimanere un movimento non una setta
Febbraio - Maggio 2008
Agosto 29, 2008 at 6:44 by admin