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IL COMITATO 23 OTTOBRE
PROCESSO BRUSWOOD: CROLLA PARTE CONSISTENTE DEL CASTELLO ACCUSATORIO
13.05.2009
La terza udienza che si è svolta oggi in Corte d'Assise a Terni, durante il processo che vede vittime 4 giovani spoletini che hanno pagato fino ad un anno di carcere e custodia cautelare il prezzo di questa che abbiamo sempre giudicato un teorema basato su interpretazioni senza prova alcuna, ha visto aggiungersi clamorosi colpi di scena, paradossalmente proprio dai testimoni dell'Accusa.
1) Per quanto riguarda il capo B), l'incendio di un cantiere a Colle San Tommaso, non possiamo non segnalare un notizia sorprendente, grave e inattesa: il giornale Il Vicenza come prova non è mai esistito! Ricordiamo che l'unico indizio a danno di Fabiani e Dinucci, accusati di quell'episodio, è di essersi recati a Vicenza, insieme ad altri centinaia di umbri e decine di spoletini, ad una manifestazione il 17 febbraio 2007 e che poi un quotidiano locale di Vicenza sarebbe stato utilizzato per appiccare le fiamme un mese dopo (stupidi questi terroristi!). Ora questo indizio del tutto irrilevante si è mostrato per ciò che era: un' invenzione. Già nella precedente udienza del 28 aprile uno dei carabinieri interrogati aveva dichiarato che il giornale utilizzato era irriconoscibile in quanto quasi completamente combusto, ma che successivamente qualche suo superiore aveva trovato fra le pagine bruciacchiate un numero di telefono ricollegabile a quello della redazione vicentina. Ora questo carabiniere non è stato ancora sentito, le pagine bruciate non sono state mostrate, quel numero non è stato fornito e nessuno dei difensori ha potuto controllarlo. Ma in ogni caso ciò non dimostra nulla. Se prendiamo, ad esempio, il Corriere dell'Umbria troviamo oltre al numero della redazione di Spoleto, Foligno, Perugia, Terni, Orvieto, Città di Castello, anche quella di Arezzo, Pisa, Livorno, Viterbo, Rieti…chi ci dice che quello fosse davvero un giornale acquistato a Vicenza? In secondo luogo, chi ci dice che fosse stato acquistato proprio il 17 febbraio? Per due anni è stato scritto che il giornale vicentino era del 17 febbraio e che quel giorno solo Fabiani e Dinucci erano a Vicenza (cosa evidentemente falsa dato che c'erano 100mila persone, fra cui decine di spoletini). Ora scopriamo che il giornale "probabilmente" era di Vicenza, ma le prove di questa "probabilità" non sono state mostrate, ma soprattutto scopriamo che non è vero che il giornale fosse del 17 febbraio e che questo mostrerebbe le responsabilità degli imputati, ma al contrario proprio perché i "principali sospettati" (in termini semplici: i ragazzi predestinati alla parte dei colpevoli) erano a Vicenza il 17 allora è stato dedotto 8 con un ragionamento assolutamente apodittico ) che quel giornale altro non poteva essere che del 17. Questa notizia estremamente grave era già emersa durante la seconda udienza. Oggi le cose si sono ulteriormente chiarite nella loro gravità : tutti i testimoni dell'Accusa nel ricostruire l'episodio non hanno fatto cenno a quel giornale, a nulla sono valsi i tentativi del PM di "cercare" le risposte o di "ricordare" che mancava qualcosa, nessuno si è ricordato di nulla. Di più, ognuno dei testi ha fornito dichiarazioni molto diverse da quelle raccolte nell'immediato dai Carabinieri. Ancora di più, i verbali redatti dai carabinieri sono praticamente identici tra loro, cambia solo la firma che hanno fatto apporre ai testi sentiti oggi. E' evidente che non potevano ricordare, i carabinieri credendo in un primo momento si trattasse di una stupidaggine (come tutti credono ancora a Spoleto) e non di "terrorismo" probabilmente avranno fatto firmare dei moduli scritti prima che non potevano corrispondere alle dichiarazioni esatte!
2) Per quanto riguarda il capo D), l'incendio dell'Ecomostro di via della Posterna, lo stesso dove i Vigili del Fuoco hanno detto che probabilmente non è di origine dolosa e lo stesso dove circa una decina di persone hanno visto Fabiani, l'unico imputato per quel reato, dalla parte opposta di Spoleto, ebbene è stato sentito un responsabile della ditta e ha dichiarato che il danno era così lieve da non aver fatto nemmeno la denuncia!
3) Per quanto riguarda la lettera ricevuta dalla Lorenzetti, in un primo momento scomparsa, sembra sia stata ritrovata. Dobbiamo, a tal proposito, rettificare alcuni articoli comparsi sui giornali secondo i quali gli avvocati difensori si sarebbero opposti a fare gli esami su quella busta. Non è assolutamente vero, i difensori sapendo di non avere da temere nulla sono stati gli unici a chiedere che tali esami venissero fatti, mentre il PM rispondeva, forse per prendere tempo e cercare questa maledetta busta, che ciò era inutile perché essi comunque erano negativi. Incredibile che alcuni giornali, fra questi la pagina regionale del Corriere dell'Umbria, avessero dichiarato proprio l'esatto contrario. Chi avesse capito male, siamo convinti oggi correggerà il tiro, dato che è stata la stessa PM a ripetere per la seconda volta in due udienze. che ogni esame (DNA, impronte, ecc) era inutile perché lo avevano già fatto loro con esito negativo. Finalmente la lettera è stata ritrovata, è stata mostrata e tutti hanno potuto notare che vi fosse scritto un "8" e un altro "8", questo può voler dire solo una cosa, 8 agosto e non 17 agosto, come sostenuto dai ROS. Quindi prima dell'intercettazione del 15, del "regalo" che Dinucci ha dato a Fabiani, che per i ROS in codice voleva dire "pallottole". Fabiani l'8 ricordiamo era in Puglia.
Oggi è stata una giornata molto importante per ristabilire la verità:1) non c'era nessun giornale di Vicenza presso Colle San Tommaso, 2) I danni all'Ecomostro, che dalle documentazioni dei VVFF erano già emersi come probabile conseguenza di un'autocombustione, erano anche talmente insignificanti da non aver dato luogo neanche ad una denuncia, 3) nella lettera alla Lorenzetti non ci sono le impronte e la busta che la conteneva insieme a due pallottole è partita prima che queste pallottole venissero consegnate secondo l'ipotesi accusatoria e quando uno degli imputati era fuori regione.
C'e n'è abbastanza per scrivere la sesta parte della Controinchiesta e soprattutto per capire come funziona la ricerca dei "colpevoli" nella giustizia italiana.
Brushwood 4° udienza.
19.05.2009
L’udienza si è aperta con quella che doveva essere la novità dell’accusa, che con una perizia di cui era del tutto all’oscuro la difesa, che a loro dire mostrerebbe similitudini fra la calligrafia con cui è stata scritta la lettera e quella di Michele. In realtà si tratta di un atto di parte, svolto al di fuori dei tempi previsti dalla legge, al punto che il Colonnello Fabi successivamente interrogato ha dovuto dire che, colposamente non ci avevano pensato prima !!!!! in quanto si erano concentrati su impronte e prove organiche, che nonostante gli sforzi non sono venute fuori.
Giustificazioni, tempi e modi che dicono quanta poca credibilità abbia l’agire degli inquirenti. Si tira fuori insomma la “prova” calligrafica che non può provare nulla in quanto per antonomasia priva di scientificità. Naturalmente la difesa andrà a verificare con una sua perizia questo sostituto di prova, guarda caso “venuto fuori” in mancanza d’altro, ad un anno e mezzo dagli arresti !!!!!
L’accusa ha così presentato il suo principale teste, il Colonnello dei ROS Fabi, per così dire il regista di tutta l’operazione. In perfetta sintonia con il PM Manuela Comodi, al punto da correggersi reciprocamente espressioni e domande, il Colonnello di Perugia ha tentato con estrema difficoltà di rappresentare il teorema che sorregge l’operazione che è servita a togliere la libertà ai quattro giovani spoletini accusati di essere degli anarcoinsurrezionalisti.
La ricostruzione è stata confusa, con molti stop end go, sotto le continue opposizioni delle difese, che hanno contestato le valutazioni personali continuamente manifestate dal Colonnello durante l’interrogatorio, cosa ovviamente non consentita, in quanto il teste si deve attenere esclusivamente ai fatti.
Il tentativo come era già evidente dall’ordinanza che richiedeva l’arresto il 23 ottobre dei 5 ragazzi spoletini, ( per uno di essi non vi erano nemmeno le prove per richiedere il rinvio a giudizio ), è stato quello di collegarli strettamente alle organizzazioni anarco insurrezionaliste. Emblematico in questo senso che tra le poche cose venute fuori in modo confuso, per dare una idea della lettura politica dell’operazione, il Colonnello Fabi è ricorso alla lettura integrale delle rivendicazioni dell’incendio di Colle San Tommaso e della lettera alla Lorenzetti per poi avvicinarle ai pacchi bomba (del 2003 !), a Prodi attraverso la lettura integrale della rivendicazione di quell’attentato. Cosa c’ entra non l’ha spiegato, nemmeno agli avvocati che glielo hanno chiesto.
In realtà l’operazione politica è evidente, Michele e gli altri “sono anarchici” e perciò non potevano che essere loro.
Ciò è emerso senza dubbio alcuno quando ad interrogare Fabi, dopo il PM, è arrivata la difesa di Michele con l’avvocato Marco Lucentini. Fabi è caduto in continue contraddizioni, non riuscendo a spiegare come mai le indagini si sono concentrate subito contro Fabiani: prima ha detto che la prova era che Michele e Andrea erano a Vicenza proprio nel giorno corrispondente alla data del giornale veneto che sarebbe stato usato per appiccare le fiamme, ma l’avvocato gli ha ricordato che nell’informativa da lui firmata per chiedere di mettere telofonino e macchina sotto controllo (solo a Michele in principio) non si accenna affatto al giornale di Vicenza; poi Fabi ha tentato di cambiare spiegazione dicendo che Michele era un personaggio di spicco a Spoleto e che aveva aiutato l’Associazione Vittime armi elettroniche e mentali a denunciare le violenze subite, ma si è subito contraddetto affermando che fare politica e lottare per i diritti umani non è un motivo per cui si può subire un’indagine; alla fine ha ammesso di aver ricevuto un consiglio da “fonti riservate”, cioè dai ROS di Roma, confermando a chi avesse ancora qualche dubbio la scelta politica che sta dietro a questo processo.
Strano personaggio il Colonnello dei ROS, da una parte ha una memoria eccezionale, ricorda perfino che 2 giorni prima dell’incendio erano state comprate due bottiglie di alcol identiche a quelle usate nell’incendio, dall’altra non è andato nemmeno a controllare dove fosse il Fabiani al momento della vendita di quelle bottiglie. Lo ha dovuto ricordare Lucentini, a Fabi e alla Corte, Michele era al lavoro!!!
A quel punto Fabi, evidentemente indispettito nel vedere la sua inchiesta incrinarsi pericolosamente, si è un po’ agitato. Ha prima detto che gravissimo indizio, a suo avviso, era che Fabiani era a Spoleto in quei giorni. Ovviamente i difensori gli hanno ricordato che Fabiani vive, viveva, studia, studiava e lavorava a Spoleto, così come altre 40 mila persone. Citiamo le espressioni letterali, dato che danno come poche un'idea di come sisono mossi. Lucentini ha detto, facendo un esempio elementare: “se Fabiani fosse stato un cittadino di Frosinone, allora la sua presenza a Spoleto proprio il giorno dell’incendio sarebbe stata una prova di colpevolezza, ma dato che viveva, lavorava, studiava, aveva la ragazza di Spoleto ciò non dimostra proprio nulla”. Allora il Colonello testimone dell’Accusa ha dichiarato, ricalcando nel nervosismo proprio lo stesso banale esempio di Frosinone tratto dalle espressioni di Lucentini: “Lo sa che le dico? Che anche se il cellulare del Fabiani fosse stato a Frosinone, io avrei lo stesso sospettato che l’imputato lo avesse dato ad un complice per coprire le sue tracce!”.
Nessuna confessione più esplicita poteva provenire dal massimo esponente del Corpo Operativo Speciale dei Carabinieri sul modo prevenuto e pregiudizievole con cui sono iniziate prima e proseguite poi le indagini.
L’escussione del teste dell’accusa, dopo 8 ore, è stata interrotta. Proseguirà fra un mese e mezzo, il 30 giugno alle 9, quando completeranno il controesame l’altro difensore di Michele e gli avvocati degli altri 3 ragazzi (Damiano Corrias, Dario Polinori e Dinucci Andrea) sotto processo in Corte d’Assise per un’ inchiesta ogni giorno più debole.
COMITATO 23 OTTOBRE